Arnaldo Giovannetti

Arnaldo Giovannetti nacque il 19 giugno 1948 a Seravezza, uno dei quattro comuni della Versilia Storica, da Gesualdo, cavatore, e Epaminonda Sacchelli, casalinga.

Minore di tre fratelli, trascorse l’infanzia nel borgo di Montorno, riparato dalle Alpi Apuane, a contatto con quella natura che avrebbe amato tutta la vita. Frequentò, dopo le elementari, la scuola di avviamento professionale, distinguendosi per la curiosità e la voglia di apprendere, in particolare le materie scientifiche, la storia, la geografia e la lingua francese. Conservò questi intessi per sempre, sviluppando al contempo una non comune abilità per qualsiasi attività pratica. Terminate le scuole dell’obbligo, fu immediatamente iniziato al mondo del lavoro: il non aver potuto studiare, per motivi indipendenti dalla propria volontà, fu di fatto l’unico rammarico espresso in vita, al quale cercò di porre rimedio, da autodidatta, leggendo, informandosi, viaggiando.

Nel frattempo, con gli amici Filiberto e Daniele, Arnaldo visse le bellezze della propria terra: le Alpi Apuane, conosciute praticamente tutte e i cui sentieri percorse in numerose occasioni, ed il mare, vissuto negli anni Sessanta, probabilmente il periodo più felice del turismo versiliese. Parallelamente, grazie al fratello maggiore, fu introdotto al mondo dello sci alpino, che divenne una sua grande passione.

In attesa del servizio di leva - a quei tempi vero e proprio spartiacque tra il periodo della giovinezza e quello “da adulti” - lavorò brevemente nel comparto marmifero, all’epoca uno dei settori trainanti dell’economia locale e come praticante elettricista.

In quegli anni, aiutando ad allestire uno spettacolo teatrale l’amico fraterno Mario Mencaraglia, conobbe Rita Barsi, che si dilettava come attrice nella compagnia dialettale versiliese: fu amore a prima vista. Il fidanzamento tra i due non fu tuttavia nemmeno preso in considerazione dalle rispettive famiglie fino a quando Arnaldo non ebbe adempiuto agli obblighi di leva. La chiamata arrivò ed il periodo di ferma fu svolto nella Brigata dei Paracadutisti “Folgore” di Livorno. La scelta fu dettata da vari motivi: la vicinanza della caserma alla Versilia, la paga superiore a quella della fanteria, la voglia di provare l’ebbrezza del lancio e del volo col paracadute. Nei quindici mesi di leva, l’artigliere paracadutista Arnaldo Giovannetti effettuò una ventina di lanci, anche con l’obice, ottenendo il brevetto. Il tutto sotto la guida dell’allora sottotenente Matteo Facciorusso che, per una curiosa coincidenza, molti anni dopo fu comandante del figlio Carloalberto all’Istituto Geografico Militare.

Particolare non da poco, soprattutto a dimostrazione della volontà di Arnaldo di cogliere il massimo da ogni occasione, durante il servizio militare conseguì anche la patente di guida e imparò a nuotare con stile, e non solo “a stare a galla”!

Terminata questa esperienza Arnaldo presentò domanda di lavoro alla Sip (all’epoca “Società Italiana Per l’esercizio telefonico”). Dopo un corso formativo di sei mesi a Roma, città conosciuta a fondo in quel periodo e alla quale rimase sempre affettivamente legato, fu assunto nel 1970 presso la centrale di Massa, in qualità di giuntista telefonico. Di quella vita professionale (durata fino al 2000) ricordò spesso con soddisfazione e piacere due compiti: il fatto di essere stato uno dei primi soccorritori saliti in elicottero a Cardoso (Stazzema), dopo la tragica alluvione del 19 giugno 1996, per effettuare i rilievi e tentare di ripristinare le linee di comunicazione telefonica, e quello di aver revisionato, in più occasioni, i pali telefonici presenti sulle Alpi Apuane, posti spesso in località raggiungibili esclusivamente a piedi.

Il 29 maggio del 1971, intanto, nella Chiesa di Santa Maria Lauretana di Querceta, Monsignor Fascetti - padre spirituale di Rita - celebrò l’unione matrimoniale con Arnaldo; il viaggio di nozze fu una cosa straordinaria, per l’epoca e anche per i tempi di oggi: iniziato a Porto Venere, sul mare, e continuato su tutto l’arco delle Alpi italiane, terminò a Rimini, ancora sul mare, un mese dopo. Il primo appartamento della giovane coppia fu a Ponte di Tavole, nel Comune di Forte dei Marmi; dopo circa un anno gli sposi si trasferirono a Ranocchiaio, contrada di Querceta nella quale si era stabilita, ormai dagli anni Trenta, la famiglia di Rita. Lì nacquero i figli Carloalberto e Francesca. La vita quotidiana, per alcuni anni, si concentrò nella Versilia Storica, tra il mare e i monti.

Con la fine degli anni Settanta ci furono due importanti cambiamenti: nel lavoro, Arnaldo fu trasferito da Massa a Tonfano, Marina di Pietrasanta, e nella vita familiare, dato che la coppia decise di rilevare e ristrutturare l’antica casa materna di Ranocchiaio. Ciò comportò il trasferimento, per l’anno che durarono i lavori, a Vittoria Apuana, dove la famiglia conobbe il francescano Domenico, che circa vent’anni dopo celebrò le nozze di Francesca. Successivamente, cresciuti i bambini, Arnaldo e la moglie ripresero a coltivare le passioni per i viaggi, in Italia, nelle principali città europee e nelle Isole Canarie, visitate numerose volte e sempre ritenute una sorta di “buen retiro” per gli anni a venire.

Delle tante tappe importanti che potrebbero essere raccontate ma che, per motivi di spazio, conviene solo accennare, si ricordano il terzo ed ultimo trasferimento lavorativo, a Pietrasanta, le lauree dei figli, rispettivamente in giurisprudenza ed in lettere classiche, ed i loro matrimoni, dai quali nacquero i nipoti Lorenzo, Francesco, Riccardo e Marco. Anche l’acquisto di una seconda casa sul litorale romano, vicino ad Anzio, e l’assidua frequenza ai corsi organizzati dall’Unitre (Associazione Nazionale delle Università della Terza Età) furono motivi di orgoglio e di passione per Arnaldo.

Arnaldo concluse prematuramente la sua parabola terrena il 26 marzo 2011 agli Spedali Civili di Brescia, dove era ricoverato - in maniera più o meno continuativa - dal 25 ottobre 2010, per un tumore dei seni paranasali.


 
 

IL DIARIO DELLA MALATTIA

La prima data del diario di mio padre è il 27 settembre, ma ancora non sapevamo, né noi né lui, la gravità del suo stato di salute; il titolo ,“Diario della malattia”, mio padre l’ha scelto soltanto in seguito, quando gli venne diagnosticato il cancro… e questa parola non viene mai scritta. Penso che ognuno di noi abbia un sesto senso, alcuni sono capaci di percepirlo, per altri è più difficile, ma è un dono innato in ciascuno e non so da dove venga. Proprio ascoltando il suo sesto senso mio padre ha iniziato a scrivere, come se sapesse di dover prendere nota di qualsiasi particolare vissuto da lì in avanti, perché sarebbe stato importante. Durante l’ultima vacanza insieme a mia madre, i primi di Settembre, mio padre volle visitare il santuario di Lourdes, non c’era mai stato e adducendo come scusa un banale “ci passiamo vicino”, colse l’occasione per un pellegrinaggio. Mettendo insieme tutti questi tasselli non posso fare a meno di credere che mio padre avesse già la inquietante ma viva sensazione che qualcosa di grave sarebbe accaduto.

Nel suo diario si vivono le sue giornate, ogni visita medica, ogni esame, e persino il risultato degli esami viene annotato con precisione; nel suo diario si vive insieme a mio padre, le sue abitudini, la sua gratitudine di vivere, la felicità per un raggio di sole, l’amore per la sua Rita, per i suoi figli, l’amore per i suoi amici: è un libro aperto sulla sua anima, è il suo sguardo che attraversa il mondo e le persone, è il suo modo privilegiato per esprimere ciò che ha dentro, perché a parole non si sentiva in grado; quello che mio padre, nella sua umiltà, non aveva compreso, è che aveva bisogno di ben poche parole, perché per tutta la vita è stato di esempio coi fatti.

Quando gli domandavo, come figlia e come mamma, come sarei riuscita a diventare un buon genitore come lui, mio padre mi guardava dritto negli occhi e mi diceva: “la vita è come una scala, devi portare i tuoi figli un gradino sopra il tuo.” Parole semplici quando non c’è niente di più terribilmente difficile. E’ questo l’uomo che conosciamo attraverso i suoi ultimi scritti: un uomo di principi essenziali, senza i quali non si arriva in nessun porto, un uomo di poche parole, ma che andavano talmente dritte al punto che non c’era bisogno di nient’altro, un uomo innamorato della famiglia e che della famiglia è stato la colonna.

Ma anche un uomo pieno di speranze, speranze di guarigione per la sua malattia. Mio padre è morto il 26 marzo; due giorni prima i medici gli avevano comunicato che l’intervento in programma per togliere il tumore non si sarebbe effettuato e che si sarebbe proceduto con una “terapia di contenimento”. Mi piace pensare che in quel momento mio padre abbia scelto che era arrivato il suo momento. Noi gli siamo stati accanto fino all’ultimo respiro.
— Francesca Giovannetti

NON PIANGERE SE TU M'AMI

La morte non è niente.

Sono solamente passato dall'altro lato.

Io sono io.

Tu sei tu.

Ciò che siamo stati l'uno per l'altro, lo siamo sempre.

Dammi il nome che mi hai sempre dato.

Parlami come mi hai sempre fatto.

Non usare un tono diverso.

Non assumere un'aria solenne, triste.

Continua a ridere di ciò che ci faceva ridere insieme.

Prega, sorridi, pensa a me, prega per me.

Che il mio nome sia pronunciato in casa come lo è sempre stato,

Senza enfasi di nessuna sorta.

Senza una traccia d'ombra.

La vita significa ciò che ha sempre significato.

È quello che è sempre stata, il filo non è tagliato.

Perché dovrei essere fuori dal tuo pensiero,

Solo perché sono fuori dalla tua vista?

Non sono lontano, solo dall'altra parte del cammino.

Vedi, va tutto bene.

Tu ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime.

E non piangere se tu m'ami.


L’ULTIMO POST DI DEREK, 4 MAGGIO 2011 ORE 07:51

 Ecco qua. Sono morto e questo è l’ultimo post del mio blog. In anticipo, ho chiesto che quando il mio corpo avesse cessato di subire le sofferenze causate dal cancro, allora la mia famiglia e i miei amici pubblicassero questo messaggio scritto da me - cominciando così la trasformazione del mio sito in un archivio.

Se non mi conoscevate affatto, probabilmente lo avete appreso da un’altra fonte, ma comunque l’abbiate saputo, consideratelo come una conferma: io sono nato il 30 giugno 1969 a Vancouver, in Canada, e sono morto a Burnaby il 3 maggio 2011, a 41 anni di età, a causa delle complicazioni di un cancro colorettale al quarto stadio. Noi tutti sapevamo che sarebbe accaduto.

Intendo la mia famiglia e i miei amici, i miei genitori Hilkka e Juergen Karl. Le mie figlie Lauren, di 11 anni, e Marina, che ne ha 13, hanno saputo tutto ciò che si poteva dire da quando ho scoperto che avevo il cancro. E purtroppo è diventato parte della loro vita.

Airdrie

Ovviamente era al corrente di tutto anche mia moglie Airdrie (nata Hislop). Entrambi nati a Vancouver Metro, ci siamo diplomati nel 1986 in differenti scuole superiori, e studiato biologia alla UBC, dove ci siamo incontrati nel 1988. Quell’anno durante l’estate lavorando come naturalisti in un parco, io capovolsi la canoa mentre Air e io stavamo pagaiando e dovemmo spingerla a riva. Abbiamo condiviso alcune classi, poi ci siamo persi di vista. Ma pochi anni dopo, nel 1994, io stavo ancora lavorando all’università. Airdrie notò il mio nome e mi scrisse una lettera - sì! su carta! - e alla fine (io stavo cercando di diventare un musicista a tempo pieno, così mi trovavo nel caos) le scrissi una risposta. Da questi semi fiorì un giardino: era marzo 1994, e ad agosto 1995 eravamo sposati. Non ho mai avuto un ripensamento, perché siamo stati sempre bene insieme, nelle situazioni cattive e peggiori e negli eventi positivi e straordinari. Tuttavia, non pensavo che il tempo trascorso insieme si sarebbe rivelato tanto breve: 23 anni dal nostro primo incontro (al Kanaka Creek Regional Park, sono abbastanza sicuro) fino alla mia morte? Non abbastanza, nemmeno lontanamente abbastanza.

La fine

Non sono andato in un posto migliore, o in uno peggiore. Io non sono andato da nessuna parte, perché Derek non esiste più. Non appena il mio corpo cesserà di funzionare, e i neuroni del mio cervello smetteranno la loro attività, subirò una notevole trasformazione: da un organismo vivente ad un cadavere, come un fiore o un topo che non riescono a superare una notte particolarmente gelida. E’ evidente che una volta morto, tutto è finito. Così non ho avuto paura della morte - di quel preciso istante - e di ciò che viene dopo, che era (ed è) niente. Da sempre, ho avuto piuttosto paura del processo di morire, dell’aumento della debolezza e dell’affaticamento, del dolore, di diventare sempre meno quello che ero in questa fase. Ho avuto la fortuna di conservare inalterate le mie facoltà mentali nel corso dei mesi e degli anni prima di morire, e che nessun segno di tumore è stato riscontrato nel mio cervello - per quanto io o chiunque altro ne sapesse. Da bambino, quando imparai solo le sottrazioni, feci il conto di quanti anni avrei avuto nel 2000. La risposta fu 31, che sembravano tanti. In verità, a 31 anni mi sono sposato e ho avuto 2 figlie, e lavoravo come scrittore di tecnologia e informatica nell’industria dei computer. Una discreta riuscita, credo.

Ma dovevano avvenire ancora molte cose. Dovevo ancora iniziare questo blog, che è ormai sul web da 10 anni. Non stavo ancora suonando la batteria con la mia band, non ero un podcaster (non esisteva il podcasting, perché non c’era l’iPod). Nel mondo della tecnologia, Google era ancora una novità, Apple era assediata, Microsoft dominava in lungo e largo, e mancavano svariati anni alla comparsa di Facebook e Twitter . Solo dopo tre anni le sonde telecomandate Spirit e Opportunity sarebbero state lanciate verso Marte, mentre la sonda spaziale Cassini-Huygens era circa a metà strada verso Saturno. Il genoma umano non era stato ancora mappato. Le Torri Gemelle erano ancora in piedi a New York. Jean Chrétien si confermava primo ministro in Canada, Bill Clinton Presidente degli Stati Uniti, Tony Blair primo ministro in Gran Bretagna, mentre Saddam Hussein, Hosni Mubarak, Kim Jong-II, Ben Alì e Muammar Gheddafi erano al potere in Iraq, Egitto, Nord Corea, Tunisia e Libia. Nella mia famiglia, nel 2000 mio cugino non avrebbe avuto un figlio per altri quattro anni. Un’altra mia cugina era all’inizio della relazione con l’uomo che ora è suo marito. Sonia, con cui mia madre era amica da sempre (da quando entrambe avevano nove anni) era ancora viva. Così la mia Oma, la madre di mio padre, che allora aveva 90 anni. Né mia moglie né io avevamo avuto mai bisogno di lunghi ricoveri ospedalieri - non ancora. Le nostre figlie portavano ancora i pannolini, per non parlare di fare fotografie, scrivere storie, andare in bicicletta o a cavallo, postare su Facebook, o avere una taglia di scarpe superiore a quelle della mamma. Non avevamo un cane.

E non avevo il cancro. Non sospettavo nemmeno che lo avrei potuto avere, certamente non nel successivo decennio, o che mi avrebbe ucciso.

Cio’ che ho perduto

Perché vi ho raccontato tutte queste cose? Perché ho capito che, in qualsiasi momento, posso rammaricarmi per quello che non conoscerò mai, ma che non posso rimpiangere ciò che ho avuto. Sarei potuto morire nel 2000 (vecchio di soli 31 anni) e avere avuto una vita felice: una splendida moglie, i miei magnifici figli, un lavoro divertente e gli hobby che mi piacevano. Ma mi sarei perso un sacco di cose.

Molte cose accadranno ora senza di me. Mentre scrivevo queste righe, io non avevo un’idea precisa di ciò che potrà accadere. Come sarà il mondo al più presto nel 2021, o al più tardi nel 2060, quando avrei avuto 91 anni, l’età che ha oggi mia nonna Oma? Quali cose nuove conosceremo? In che modo cambieranno le nazioni e la gente? Come comunicheremo e ci muoveremo? Chi ammireremo, o chi disprezzeremo?

Che cosa farà mia moglie Air? Le mie figlie Marina e Lolo? Che cosa stuieranno, come trascorreranno il loro tempo e si guadagneranno da vivere? Avranno figli loro? E nipoti? Ci saranno parti della loro vita che adesso io potrei comprendere con difficoltà?

Cosa sapere, ora che non ci sono più

Non ci sono risposte oggi. Quando stavo scrivendo queste cose, non mi capacitavo di dover perdere tutto questo, non perché avrei voluto assistere agli avvenimenti, ma perché non sarei stato lì a sostenere Air, Marina a Lauren nelle prove della vita.

Nessuno può immaginare cosa veramente lo aspetta nella vita. Siamo in grado di fare programmi, e di fare ciò che più ci piace, ma non possiamo aspettarci che i nostri programmi si realizzino. Alcuni di loro forse sì, ma altri probabilmente non potremo concretizzarli. Potremo avere idee e iniziative, ma potranno accadere eventi che non avremmo mai potuto prevedere. Ciò non è buono o cattivo, è la realtà. Spero che questa sia la lezione che le mie figlie trarranno dalla mia malattia e dalla mia morte. E che la mia splendida, meravigliosa Airdrie possa vedere. Non che potrebbero morire ogni giorno, ma che dovrebbero perseguire ciò che più gli piace, ciò che stimola la loro mente, per quanto possibile - in modo che possano sfruttare ogni opportunità, così come possano non restare deluse quando le cose andranno male, come inevitabilmente succede. Sono anche stato fortunato. Non mi sono mai dovuto chiedere come mi sarei procurato il mio prossimo pasto. Non ho mai dovuto temere l’arrivo di soldati stranieri, con mitra e machete, che avrebbero ucciso o ferito la mia famiglia. Non ho dovuto mai lottare per la vita (cosa che adesso non potrei comunque fare). Purtroppo, queste sono cose che alcune persone debbono fare ogni giorno anche ora.

Un luogo meraviglioso

Il mondo, anzi l’intero universo, è un posto bellissimo, sorprendente e meraviglioso. Ci sono sempre più cose da capire. Io non mi rivolgo indietro e non rimpiango nulla, e spero che la mia famiglia troverà il modo di fare la stessa cosa.

Ciò che è vero è che vi ho voluto bene, Lauren e Marina, e quando crescerete e andrete avanti negli anni, sappiate che vi ho amato e che ho fatto del mio meglio per essere un buon padre.

Airdrie, tu sei stata il mio migliore amico e il mio legame più profondo. Io non so cosa saremmo stati l’uno senza l’altra, ma credo che il mondo sarebbe stato un luogo più povero. Ti ho amato profondamente, ti ho amata, ti ho amata, ti ho amata.

 

THE LAST POST BY DEREK ON MAY 4, 2011 7:51 AM

Here it is. I'm dead, and this is my last post to my blog. In advance, I asked that once my body finally shut down from the punishments of my cancer, then my family and friends publish this prepared message I wrote - the first part of the process of turning this from an active website to an archive.

If you knew me at all in real life, you probably heard the news already from another source, but however you found out, consider this a confirmation: I was born on June 30, 1969 in Vancouver, Canada, and I died in Burnaby on May 3, 2011, age 41, of complications from stage 4 metastatic colorectal cancer. We all knew this was coming.

That includes my family and friends, and my parents Hilkka and Juergen Karl. My daughters Lauren, age 11, and Marina, who's 13, have known as much as we could tell them since I first found I had cancer. It's become part of their lives, alas.

Airdrie

Of course it includes my wife Airdrie (née Hislop). Both born in Metro Vancouver, we graduated from different high schools in 1986 and studied Biology at UBC, where we met in '88. At a summer job working as park naturalists that year, I flipped the canoe Air and I were paddling and we had to push it to shore.

We shared some classes, then lost touch. But a few years later, in 1994, I was still working on campus. Airdrie spotted my name and wrote me a letter -yes! paper! - and eventually (I was trying to be a full-time musician, so chaos was about) I wrote her back. From such seeds a garden blooms: it was March '94, and by August '95 we were married. I have never had second thoughts, because we have always been good together, through worse and bad and good and great.

However, I didn't think our time together would be so short: 23 years from our first meeting (at Kanaka Creek Regional Park, I'm pretty sure) until I died? Not enough. Not nearly enough.

What was at the end

I haven't gone to a better place, or a worse one. I haven't gone anyplace, because Derek doesn't exist anymore. As soon as my body stopped functioning, and the neurons in my brain ceased firing, I made a remarkable transformation: from a living organism to a corpse, like a flower or a mouse that didn't make it through a particularly frosty night. The evidence is clear that once I died, it was over.

So I was unafraid of death - of the moment itself - and of what came afterwards, which was (and is) nothing. As I did all along, I remained somewhat afraid of the process of dying, of increasing weakness and fatigue, of pain, of becoming less and less of myself as I got there. I was lucky that my mental faculties were mostly unaffected over the months and years before the end, and there was no sign of cancer in my brain - as far as I or anyone else knew.

As a kid, when I first learned enough subtraction, I figured out how old I would be in the momentous year 2000. The answer was 31, which seemed pretty old. Indeed, by the time I was 31 I was married and had two daughters, and I was working as a technical writer and web guy in the computer industry. Pretty grown up, I guess.

Yet there was much more to come. I had yet to start this blog, which recently turned 10 years old. I wasn't yet back playing drums with my band, nor was I a podcaster (since there was no podcasting, nor an iPod for that matter). In techie land, Google was fresh and new, Apple remained "beleaguered," Microsoft was large and in charge, and Facebook and Twitter were several years from existing at all. The Mars rovers Spirit and Opportunity were three years away from launch, while the Cassini-Huygens probe was not quite half-way to Saturn. The human genome hadn't quite been mapped yet.

The World Trade Center towers still stood in New York City. Jean Chrétien remained Prime Minister of Canada, Bill Clinton President of the U.S.A., and Tony Blair Prime Minister of the U.K. - while Saddam Hussein, Hosni Mubarak, Kim Jong-Il, Ben Ali, and Moammar Qaddafi held power in Iraq, Egypt, North Korea, Tunisia, and Libya.

In my family in 2000, my cousin wouldn't have a baby for another four years. My other cousin was early in her relationship with the man who is now her husband. Sonia, with whom my mother had been lifelong friends (ever since they were both nine), was still alive. So was my Oma, my father's mom, who was then 90 years old. Neither my wife nor I had ever needed long-term hospitalization - not yet. Neither of our children was out of diapers, let alone taking photographs, writing stories, riding bikes and horses, posting on Facebook, or outgrowing her mother's shoe size. We didn't have a dog.

And I didn't have cancer. I had no idea I would get it, certainly not in the next decade, or that it would kill me.

Missing out

Why do I mention all this stuff? Because I've come to realize that, at any time, I can lament what I will never know, yet still not regret what got me where I am. I could have died in 2000 (at an "old" 31) and been happy with my life: my amazing wife, my great kids, a fun job, and hobbies I enjoyed. But I would have missed out on a lot of things.

And many things will now happen without me. As I wrote this, I hardly knew what most of them could even be. What will the world be like as soon as 2021, or as late as 2060, when I would have been 91, the age my Oma reached? What new will we know? How will countries and people have changed? How will we communicate and move around? Whom will we admire, or despise?

What will my wife Air be doing? My daughters Marina and Lolo? What will they have studied, how will they spend their time and earn a living? Will my kids have children of their own? Grandchildren? Will there be parts of their lives I'd find hard to comprehend right now?

What to know, now that I'm dead

There can't be answers today. While I was still alive writing this, I was sad to know I'll miss these things - not because I won't be able to witness them, but because Air, Marina, and Lauren won't have me there to support their efforts.

It turns out that no one can imagine what's really coming in our lives. We can plan, and do what we enjoy, but we can't expect our plans to work out. Some of them might, while most probably won't. Inventions and ideas will appear, and events will occur, that we could never foresee. That's neither bad nor good, but it is real.

I think and hope that's what my daughters can take from my disease and death. And that my wonderful, amazing wife Airdrie can see too. Not that they could die any day, but that they should pursue what they enjoy, and what stimulates their minds, as much as possible - so they can be ready for opportunities, as well as not disappointed when things go sideways, as they inevitably do.

I've also been lucky. I've never had to wonder where my next meal will come from. I've never feared that a foreign army will come in the night with machetes or machine guns to kill or injure my family. I've never had to run for my life (something I could never do now anyway). Sadly, these are things some people have to do every day right now.

A wondrous place

The world, indeed the whole universe, is a beautiful, astonishing, wondrous place. There is always more to find out. I don't look back and regret anything, and I hope my family can find a way to do the same.

What is true is that I loved them. Lauren and Marina, as you mature and become yourselves over the years, know that I loved you and did my best to be a good father.

Airdrie, you were my best friend and my closest connection. I don't know what we'd have been like without each other, but I think the world would be a poorer place. I loved you deeply, I loved you, I loved you, I loved you.


Saluto alla comunità

In questi mesi difficili sono state tante le persone che ci hanno dimostrato affetto e solidarietà.

Il nostro primo pensiero va al personale, sia medico sia paramedico, del Reparto di Oncologia degli Spedali Civili di Brescia, al dottor Ferrari, al dottor Nicolai ed ai loro collaboratori nonché ai volontari dell’AIL; in questo periodo, oltre ad aver somministrato a nostro padre tutte le cure possibili, si sono distinti anche per l’amorevolezza e la simpatia con cui hanno assistito il nostro babbo ed anche tutti noi, in particolare nostra mamma, quando eravamo vicini a lui.

Un pensiero va poi alle persone che ci sono state accanto in questi mesi; nominarle tutte sarebbe impossibile perché si rischierebbe di dimenticarne qualcuna, facendo un torto immeritato: i compaesani, i conoscenti, gli amici vicini e quelli lontani, quelli che si frequentano spesso e quelli che si vedono poco, tutti, tutti quelli che oggi sono riuniti in questa chiesa - e molti altri ancora che, non potendo intervenire direttamente, hanno fatto sentire la loro voce o compiuto un gesto delicato nei nostri confronti -, dicevo tutti, sono stati, in particolare per nostra madre e nostro padre, assieme ai nostri parenti, una grande famiglia, che ci ha fatto sentire un po’ meno addolorati per il periodo difficile che stavamo, e stiamo, trascorrendo.

Un abbraccio particolare va a Mario Mencaraglia, che per la nostra famiglia è sempre stato qualcosa di più di un sacerdote; è l’amico di giovinezza che ha fatto conoscere i nostri genitori, diventato poi amico gioioso per i loro figli. Parlando con lui e con altre persone è emerso che la figura di Arnaldo si potrebbe tranquillamente descrivere con poche parole: un uomo perbene, contraddistinto da una grande serenità. Ricordiamocelo così.
— Letto durante le esequie a Querceta il 26 marzo 2011